I numeri possono aiutare a capire le conseguenze della guerra in Ucraina. In Italia il prezzo del grano duro è cresciuto dell’85% rispetto al 2021 e quello del grano tenero del 70%, con effetti che già si fanno sentire sul prezzo del pane e della pasta. Questi aumenti non dipendono però direttamente, nel caso italiano, dalla guerra in corso perché il nostro Paese importa dall’Ucraina e dalla Russia il 3,2% del grano tenero e il 2,5% del grano duro; dunque il conflitto non dovrebbe incidere sui prezzi, ma in realtà non è così. 

L’Italia importa il 65% del proprio fabbisogno di grano tenero e il 35% di grano duro provenienti da varie parti del mondo, dove i prezzi sono saliti perché la riduzione complessiva di esportazioni da Russia e Ucraina ha scatenato la speculazione sui prezzi che, di conseguenza, anche l’Italia, pur non importando da Russia e Ucraina, deve pagare, peraltro con una moneta, l’euro, colpita da una svalutazione rispetto al dollaro, con cui sono quotati i cereali. 

In estrema sintesi, per quanto l’Italia non dipenda in alcun modo da Russia e Ucraina, pagherà molto di più i generi alimentari legati ai cereali per la speculazione mondiale, gestita da grandi fondi hedge e dai colossi del grano a stelle e strisce, e per l’attuale debolezza dell’euro. In realtà, una vasta parte del mondo rischia seriamente di restare senza grano. Il blocco dei porti dell’Ucraina e l’improvvisa decisione dell’India di bloccare le esportazioni di grano sono notizie devastanti per tutti i Paesi importatori, dal Nord Africa all’Italia. 

Un rapido esame dei principali produttori di grano fa capire chi può reggere questa crisi, traendone benefici. Al primo posto figura la Cina, che, alle prese con la pandemia, non esporta grano, per soddisfare la sua enorme domanda interna. Al secondo posto si colloca, l’India, al terzo la Russia, che, può alimentarsi a lungo, e al quarto gli Stati Uniti, gli unici nelle condizioni di esportare beneficiando dei prezzi altissimi. Seguono poi Francia, Canada, Germania e Pakistan. 

La Cina importa un terzo del mais che utilizza per i propri colossali allevamenti di maiali dall’Ucraina che è, quindi, indispensabile per un settore cruciale dell’ex impero celeste. Il destino di questo Paese, e soprattutto, il mantenimento delle forniture ucraine, non certo sostituibili almeno nel breve periodo, non possono non essere oggetto di massima attenzione da parte del governo cinese. Nel frattempo, il brusco rialzo del prezzo dei cereali sta riportando in vita la discussione, in realtà mai sopita, circa la possibilità per i Paesi europei di importare grano Ogm che, attualmente è vietato dalle normative dell’Unione, 

È interessante rilevare, a riguardo, che il rialzo speculativo dei prezzi dei cereali avviene in parallelo ad una forte crescita dei titoli dei colossi degli Ogm; la finanza definisce i prezzi del cibo, senza dipendere troppo dalla realtà, e cambia le regole dell’alimentazione.

Da Altreconomia 5-22

Written by Franco Rigosi